Tempio di Apollo - SIRACUSANDO Il Portale di Siracusa

13/03/2019
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Tempio di Apollo

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Poco a est del ponte che unisce l'isola alla terraferma, nel largo XXV luglio, sono i resti imponenti del tempio di Apollo. L'identificazione del culto è assicurata dall'iscrizione incisa su uno dei gradini, ma nonostante questo l'edifìcio è stato attribuito anche ad Artemide, in base a un passo di Cicerone già citato in precedenza, secondo il quale tra i molti templi che esistevano nell'isola i più notevoli erano quelli di Diana e di Minerva. Tale notizia è stata meccanicamente riferita alla situazione attuale di Ortigia, dove esistono in efletti i resti di due templi, il nostro e quello incluso nella Cattedrale, identificato con il tempio di Atena. È però evidente che Cicerone può benissimo riferirsi, quando parla del tempio di Diana, a un edificio scomparso. Sulla questione torneremo a proposito del tempio di Atena: in ogni caso, non v'è motivo di conservare, per il nostro tempio, l'attribuzione a Artemide, e neppure è accettabile la soluzione di compromesso che collega l'edificio ad ambedue i culti, sulla base di una presunta affinità tra di essi. È nota l'importanza del culto di Apollo a Corinto, madrepatria di Siracusa (dove si conserva un tempio del dio assai simile a quello di Siracusa).
Il tempio, incluso entro un quartiere medievale, è stato liberato definitivamente tra il 1933 e il 1945. Sono conservate in piedi due colonne del lato sud, con un tratto dell'epistilio, e i tronconi delle altre colonne su questo stesso lato e sulla fronte est. Resta anche un tratto del muro della cella a sud. Il tratto occidentale del basamento è di restauro.
L'edificio, molto allungato (m 58,10x24,50), come del resto tutti i templi arcaici di Sicilia, è costruito in blocchi di arenaria, e poggia su poderose sostruzioni in opera quadrata, profonde 2,30 in. La peristasi comprendeva 6 colonne sui lati brevi e 17 sui lati lunghi, con enfatizzazione appunto della dimensione longitudinale. Le grandiose colonne * monolitiche (a volte completate con tasselli di riporto) misurano, con il capitello, 7,98 m d'altezza (i soli fusti 6,62) per un diametro di 2,02 m (colonne di facciata) o 1,85 (colonne dei fianchi): ognuna di esse pesava circa 40 tonnellate. Gli intercolumni sono strettissimi (il tempio quindi si definisce tecnicamente « picnostilo ») e variano considerevolmente, dai 3,55 m dei fianchi ai 4,15 dell'intercolumnio centrale della facciata (gli altri della facciata sono tutti diversi tra loro). Sui lati lo spazio tra le colonne è addirittura inferiore al diametro dei fusti. Ne risulta l'impossibilità di realizzare un rapporto di euritmia con il fregio: i triglifi, cioè, non cadevano in corrispondenza dei diametri delle colonne. Come sempre nei templi più arcaici, l'architrave era altissimo: 2,15 m, oltre un quarto dell'altezza delle colonne. L'architrave è internamente incavato, e in origine era completato in legno: altra caratteristica di grande arcaismo.
La parte alta del tempio era decorata da splendidi rivestimenti di terracotta, e di terracotta era anche la decorazione centrale del frontone, un Gorgoneion alto 1,70 m, e probabilmente gli acro-teri laterali (forse delle sfingi). In pietra era invece l'acroterio centrale, una figura di cavaliere di cui si sono conservati alcuni frammenti.
II complesso centrale del tempio (sekós), lungo 37,20 e largo 11,60 m, era preceduto da un secondo colonnato, che sottolineava enfaticamente la facciata principale: come in molti templi arcaici della Sicilia, infatti, l'aspetto della frontalità è molto accentuato, e corrisponde all'assenza dell'opistodomo, simmetrico al pronao nei templi greci, che è sostituito da un àdyton aperto verso la cella. Questa era anch'essa molto allungata (24,60x11,60 m), e suddivisa in tre navate da due file di 7 colonne su due piani, delle quali sono stati scoperti pochi resti. Sulla faccia verticale del gradino più alto del lato est, a sinistra, è incisa un'iscrizione arcaica, lunga circa 8 m, certamente contemporanea alla costruzione (la scala,, centrale di accesso ne tenne conto, ed è quindi posteriore). Il testo, che presenta alcune difficoltà, si può tradurre così: « Kleomede fece per Apollo (il tempio), il figlio di Knidieidas, e alzò i colonnati, opere belle». Si tratta di uno dei rari casi in cui si conosca il nome dell'architetto, il quale sottolinea l'importanza del colonnato in pietra, opera per quell'epoca eccezionale. Il tempio, infatti, è certamente il più antico periptero dorico della Sicilia, e uno dei più antichi conservati in assoluto, ispirato, con varianti locali, all'architettura di Corinto (assai vicino è, appunto il tempio di Apollo di Corinto). La cronologia può essere fissata al primo quarto del vi sec. a. C.
Sui lati sud e ovest sono conservati resti del muretto che delimitava il témenos (area sacra) del santuario. Inoltre, a ovest, sono visibili i resti di una torre e di un tratto di mura, probabilmente bizantine, che si addossarono al tempio.

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